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> Raccolta di esperimenti letterari, a.k.a ciarpame
 
fiocotram
Inviato il: Lunedì, 14-Nov-2011, 23:59
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In effetti dovevo pensarci prima. Invece di postare ogni volta un racconto posso raggrupparli in un unico post.
Così voi potete continuare a ignorarli, io posso disporre di un ordinato e comodo archivio che magari torna anche utile.
Commenti e richieste di spiegazioni verranno accolti con cortesia e risposte pronte, non abbiate paura. Eventuali insulti saranno tuttavia maggiormente graditi dei complimenti, visto che siamo in Fan Section e vogliamo crescere e migliorare.
Siamo pronti anche a ricevere tanti formativi "lascia perdere", che potrebbero risvegliarci da inutili illusioni e farci tornare a brandire con rinnovato vigore la nostra zappa, alla ricerca di frutti più concreti.


_____________________








Bisogna chiamare i carabb-b-binieri.


Il bambino era nato martedì, o forse mercoledì.
Ricordava solo che erano le sette di sera.
A quell'ora, è troppo tardi per guardarsi in faccia.
E poi era già stato tutto stabilito, no?



Qualche sera più tardi, sempre verso le sette, scese dalla scalinata del palazzo della Questura.


Teneva lo sguardo basso, sui gradini e il suo sguardo catturò il cadavere di un passerotto, morto chissà come.
Osservò per qualche minuto il traffico di insetti che brulicavano.

Da lì in avanti, si trovò a passare dalla Questura altre volte. E buttava sempre un occhio ai progressi di decomposizione.

Dopo qualche tempo il passerotto era diventato un'impalcatura di ossicini, come giocattoli ben ordinati.
Sentì in testa il rumore di cose rotte, uova schiacciate.
E sì sentì rassicurato e felice.
Perché quell'immagine gli diceva che il tempo stava passando.

Pensò alle parole della sua compagna, riguardanti il bambino.
Gli aveva raccontato che era venuto al mondo con un sorriso.
Come le cose belle. Come le cose che fanno orrore.

Il suo concepimento apparteneva a una lunga serie di rimembranze sfocate.
Il senso era stato abortito, quello sì, da tempo.

La compagna abbelliva o incupiva a fasi alterne i ricordi del recente passato.
E colmava i ricordi più vecchi con le bugie più dolorose possibili.

Del resto, le storie basate sulla ricerca di padri appartengono alla realtà romanzesca.
Quel che c'è per noi è molto più difforme, dissonante, narcotico.

Essere spettatori è uno dei pochi lussi che ci concede la vita.
Assicuratevi di essere svegli quando vi procurano un posto in prima fila.

Entrò in macchina e partì di corsa.
Le gocce di pioggia cominciarono a picchiettare sul vetro.
Prima in modo tenace, poi rabbioso, fino ad offuscare i contorni del paesaggio.
Le ruote cominciarono a ruggire contro la strada molle di fango e l'acqua.

Sul sedile accanto al suo gli teneva compagnia un libro incomprensibile.
Era pieno di storie di gente ottusa, e parole scolpite con sadismo puro.
Come può esserlo la sofferenza trasmessa in replica su una pay tv extraterrestre.
Piuttosto che finirlo, preferiva immaginare altre storie.

Magari una casa trasparente, abitata da alieni col corpo di lumaca che seminano scie di bava in giro per casa.
Tranne che sulla tv con maxischermo, al centro esatto della stanza, risplendente e immacolata.


Comunque sia, forse era il caso di concentrarsi.
Il tempaccio stava peggiorando.
Pioggia. Visibilità compromessa. Fretta di arrivare.
Qualche tombino aveva iniziato a rigurgitare liquami scuri.

Vado da questa parte?
No, sembra una vasca di merda.
Allora per di qua. No, no... è tutto bloccato, Cristo! Meglio fermarsi.


Si chiese se tutta quell' acqua potesse penetrare nel ventre di lamiera in cui viaggiava.
Siccome teneva la macchina sempre al sole, la plastica degli interni s'era rammollita.
Quando pioveva, le mani impiastricciate d'acqua piovana si attaccavano al volante.


Sentì la radio.
Dall'altra parte della città, un paese veniva mangiato dal fango.
E neanche questo è colpa di nessuno.
Alla radio le voci parlavano di fondi non spesi.
Dubbi appesi al cappio della cravatta, retorica fatalista-vittimista.
Funerali di Stato.


Se in questo momento fossi coperto di fango penserei: aiutateci.
E' per questo motivo che la gente, in genere, prima va a votare per eleggere rappresentanti coscenziosi.
E poi si riempie la testa di fango.
O è il contrario?


Per passare il tempo prese il cellulare e telefonò alla sua donna.
Le chiese di descrivere l'aspetto del bambino.


I tratti del suo viso sono regolari, gli aveva raccontato lei.
I capelli sono ricci e neri, gli occhi hanno un bel grigio topo.
Ma se osservi senza mettere a fuoco lo sguardo, si percepisce qualcosa.
Le forme si distorcono, il sorriso si allarga come quello dei demoni.
Il volto si fa liquido, come se un'altra creatura, intrappolata nel suo corpo, premesse per uscire.
Questa doppia valenza non mostra però ferite, o fratture.
E' integro, ma al tempo stesso cangiante.
Come l'immagine di una creatura mitologica.
Una mutazione intrappolata in un blocco di roccia modellata.

"Assomiglia di più alla mamma o al papà?" disse per interromperla.
Ma la telefonata cadde in quel momento.

Però anche la pioggia cominciò ad affievolirsi gradualmente.
Rimise quindi in moto e imboccò la strada principale.
Era l'unica percorribile, e c'erano un sacco di altre macchine incolonnate.
Frugò tra gli mp3 dentro il cruscotto, ma erano tutti troppo vecchi.
Era diventato arduo farsi consigliare buona musica, davano consigli senza senso.

"Se non ti piace questo gruppo è colpa tua".
"Non sono male, anzi, c'è di peggio".
"Sono quelli di tredici anni fa, anzi, rispetto a tredici anni fa sono pure migliorati, quindi è un male, perché si è persa la freschezza".

Purtroppo le cose migliori che avesse mai ascoltato provenivano da regali dei suoi amici.
Dalle cene di gruppo, dai concerti estivi.
Dalle canzoni ascoltate quando faceva l'amore o pomiciava con la sua ragazza.
Avvolto da un silenzio fradicio, arrivò a casa.

Nel cortiletto c'erano lumache dappertutto.
Si arrampicavano sopra i fiori e sulle piantine per assorbire le gocce d'umido.
Pendevano e colavano strisciando da ogni angolo.
Ne prese una e l'appoggiò sopra il guscio di un'altra, giocando come un bimbo scemo.
Le guardò affascinato mentre si scivolavano addosso, mangiandosi a turno.
Camminando distratto calpestò senza volere altre due o tre lumache sul pavimento.

Sembrava di camminare tra le uova marce.

Non si affrettò a salire le scale.
Tanto era già preparato a ciò avrebbe trovato una volta entrato in casa.
Quello che non vide gli diede ragione.


Lei non c'era. E nemmeno il bambino.
Probabilmente aveva organizzato ogni cosa nei minimi particolari.
O forse no. Forse era stata una cosa improvvisa.
Una cosa stile: Esco a fare due passi, a prendere una pizza.

E poi, passo dopo passo, provo a imboccare un'altra strada.
Vediamo quanto riesco ad allontanarmi.


Cosa pretendevi? Aveva i capelli lisci e neri, e il sorriso troppo bello.
I tuoi gesti di forza ti sembravano eccezionali, vero?
Quando ti giravi verso di lei, ansimando come Ercole dopo le 12 Fatiche.
La voce ti usciva fuori, sì, certo.
Ma era come quella di un bimbo che indicava castelli di sabbia.
E lei aveva sempre quel sorriso, più adulto.
Bello, senza ombra di smentita.

Sapevi riconoscere le cose belle. Sapevi toccarle.
Ma non certo trattenerle.

...

Sedette davanti al tavolo della cucina.
Davanti a sé un coltello e una mela.
Con la mano fece girare il coltello come una roulette.
Puntò verso di lui.
Allora provò a far girare pure la mela. Ma non era la stessa cosa.

...

All'improvviso gli venne un'idea.
Forse doveva chiamare i carab- b- binieri.

Ma sì certo, chiamare i carab-b-binieri è l'unica cosa che ci resta da fare in certi momenti.

Quando ci danno uno schiaffo, e sappiamo solo strillare.
Quando ci pungono di rabbia.
Non è sete di giustizia, non ci sono fuochi sacri.
C'è solo egoismo rabbioso da animale ingabbiato, costretto a coabitare assieme alle carogne spolpate.

Quando urliamo: "Tu non puoi fare questo!".
Quando invochiamo l'etica, e la coerenza.
Oppure, ancora peggio, la speranza.

Quando non sappiamo prendere tutto e farlo scorrere via.
Sappiamo che deve bruciare, sanguinare, per essere pulito.

Cos'altro c'è allora da guardare?
La cadenza delle gocce che cadono rassicura.
Ma non sarebbe meglio uscire fuori e ascoltare qualcosa mentre cambia?
Cosa c'è di così affascinante nella necrosi dei tessuti troppo larghi, sformati sulle ossa?

Perché restiamo lì ad osservare
ogni cazzo di singola
goccia

Cosa c'è di nuovo o di speciale?
Scorre tutto, come sempre.
L'abbandono

la morte

l'amore, la violenza, le carezze, le lacrime leccate via con la lingua, i morsi, le urla, il desiderio di fuggire, la nascita, la gravidanza, l'odore buono, l'odore cattivo, il cibo marcio, il cibo dentro le vetrine, le pari opportunità, l'affetto comprato, quello rubato, desiderato.

Percepisci sempre tutto, e non capisci mai. Come uno schiaffo.

Immagini di vita aliena.


...

Si guardò prendere il telefono.
Come ormai faceva da un sacco di tempo.
Senza telefonare a nessuno, iniziò a parlare.


"Presto! I carab- b- binieri! Bisogna chiamare i carab- b- binieri!".


--------------------
Pane, lavoro e pace.


"L’alleanza storica e, per così dire, «naturale» dovrebbe essere tra impoveriti e poveri, proletarizzati e proletari. Ogni volta che i poteri costituiti riescono a scongiurare quest’alleanza, giocando sul fatto che il ceto medio retrocesso ha ancora i valori e disvalori di prima e si crede ancora appartenente alla classe di prima, ci perdiamo tutti quanti. Il punto è che in Italia questo giochetto dopo la prima guerra mondiale ha portato al fascismo, che era una falsa rivoluzione confezionata a uso e consumo dei ceti medi, che ha avuto carta bianca dai padroni e ha prodotto morte e distruzione".
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Inviato il: Domenica, 27-Nov-2011, 22:41
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L'Augurio della Casa



"Felicia vai al pozzo a prendere l'acqua".
"Felicia quand'è pronto il pranzo?"
"Felicia, quando ti sposi?"
"Ti stai facendo grande. Non vorrai mica diventare zitella?"
Tu non sei solo Felicia.
Per lui, sei Felicetta.
Quando ti chiamava così, ti sentivi sicura.
Perchè l'altro nome era il sigillo segreto sulla tua pelle.
Non è molto, certo.
Ma nemmeno il Signore ti ha dato molto, in cambio del tuo amore.
La luce velata della Chiesa, il conforto dell'incenso.
Questo ti basta per chiudere gli occhi.
Immagini.
Parole dal cielo.
La brezza confortante di primavera soffiava sulle ferite di sale.


Poi è arrivata la sua mano.
Quelle dita ruvide e cotte dal sole. Il tocco tremulo e gentile.
"Mi dispiace" aveva sussurrato
"Mi dispiace. Ma ti voglio bene".
E tu avevi chiuso ancora gli occhi.
Volevi credere di nuovo.
Accarezzi lo specchio.
Perché non è qui con te, ora?
Quando cala la notte, ti vergogni come una megera.
Indossi il tuo vestito bianco, ma lo copri con uno scialle nero.
Affondi le guance rosse tra le ombre, scavi dentro il cuore.
Mordi come un serpente l'oscurità, e ti prepari a strisciare.
Tra le ombre di pietra del paese che dorme, quando solo i diavoli sono in giro.
Dietro casa sua c'è un magazzino.
Dopo mezzanotte, la luce della candela è accesa, solo per te.
"Quando muore la moglie, il lutto stretto prevede almeno due anni.
Camicia e giacca nera.
Il posto riservato in chiesa, in fondo a destra".
"E perché?"
"Usanze. Al paese si fa così".
"Massaro Antonio... che disgrazia gli è toccata!
"Così giovane, senza la moglie, con quattro figlie da tirare su da solo!".
"Vabbé, ci sono le sorelle. Lo aiutano loro".


Le lacrime. Le labbra sul tuo viso.
Il respiro che bruciava.
Stretta come una bambina, non capivi mai.
E poi la finestra. Le stelle. I progetti.
Lui prima non c'era.
Se cerchi di ricordare il passato, se cerchi di pensare a Felicia, sembra una sconosciuta.
Notte dopo notte, ti guardavi attraverso i suoi occhi.
E ti piaceva quello che eri diventata.
Il prete dice che di notte succedono le cose brutte.
Che bugia stupida.
Come potresti spiegare quello che sei?
"Mi dispiace.
Non posso vederti più".
Hai chiuso gli occhi di nuovo.
Li hai riaperti. Il magazzino era ancora lì.
Lui era una sagoma nera.
Dietro c'era la finestra, e la Luna alta nel cielo.
I tuoi occhi fissi su quella luce bianca.
Attraverso le orecchie vibrava la sua voce.
Senza paura. Senza dolcezza.
La voce di uno sconosciuto.
Il Signore parlava nella tua testa.
"Tu non sei sua. Sei mia.
Non sei Felicetta. Sei Felicia.
Hai fatto una promessa nella comunione, diventando sposa del tuo Signore.
E' questo il tuo destino. Ti sei smarrita, ma io ti perdono.
Ti lascio andare, e poi ti perdono sempre, perché tu non hai che Me.
Quello che facevate qui è sbagliato.
Lui era sposato. Nessuno può dissolvere i legami che il cielo ha unito".
"Le mie sorelle insistono.
Lei era una cugina di mia moglie. Vedova, come me.
Certe cose... è difficile farle uscire dalla famiglia.
E noi due? Cosa potremmo dire? Cerca di capirmi.
Non posso presentarti così, dal nulla.
Un lutto stretto di due anni. Che diranno al paese?
Come ti presento?
Non posso dire quello che c'è stato".

Il suo passo preme sul pavimento freddo.
Si avvicina alle tue spalle.

"Siamo stati bene. La vita è così".
"Siamo stati bene" rispondi.
Le gambe ti tremano, il cuore cade in fondo a un pozzo.
Corri verso la porta.
Lui non fa niente per fermarti.
Le ombre della notte non ti fanno più paura.
Lasci scivolare via lo scialle nero.
Vestita di bianco, corri e piangi come una pazza.
Che ti vedano i diavoli.
Che i fantasmi ti accolgano tra loro.

Il paese dorme, e non sa niente.
Non sei niente.

A volte una storia incontra altre storie piccole, quasi come fossero strade.
Mentre Felicia corre, Maria sta uscendo nel freddo della sera.
E' la figlia di massaro Antonio, ha otto anni.

La sua unica gioia è una gallina chiamata Cocca.
Prima di andare a dormire va sempre a vedere se il pollaio è chiuso.
Questa sera se l'è dimenticato, ma era già a letto, e le zie non volevano che uscisse.
Ha aspettato che si addormentassero per aprire piano la porticina e andare nel cortile.

L'aria pizzica il naso.
La Luna ha una faccia strana, non si capisce se sorride oppure no.
Vicino al pozzo c'è una signorina bellissima.
Vestita di bianco come una santa.
Maria non ha paura. In fondo ha già otto anni.
Si avvicina e le chiede: "Sei una fata?"
La luce della Luna illumina il sorriso di Felicia.
Solleva le mani, non tremano più.
Accarezza i ricci della bambina.
Come sono folti.
Sembra una bambolina di porcellana.
Il nasino è come un funghetto.

"Bambina...hai mai sentito parlare degli "Auguri della Casa"?"
"Sì... sono quei folletti che benedicono le case dei buoni cristiani".
"E sai che succede quando ne vedi uno?"
"Sarai felice per tutta la vita!
Felicia ride.
"Vieni qui e fatti baciare. Il mio bacio è miracolato. Quando sarai grande avrai bellezza e denari!"

Il contatto tiepido di quelle labbra sulla sua fronte, nell'aria fredda.
La figura vestita di bianco che si faceva sempre più piccola.
La signora bianca ed evanescente che andava via, verso la campagna, nel confuso bagliore del passato.
E' uno dei ricordi più dolci di Maria.

La mattina dopo raccontò alle zie, alle sorelle, al papà l'avvenimento.
Tutti ridevano e non volevano crederci.
Eppure lei continuò a raccontare questa storia.
Agli amici.
Al marito, quando finalmente fu grande per sposarsi.
Alla figlia e ai nipoti.
Cosicché tutti quanti portarono il segno di quel ricordo.
Il giorno in cui lo spirito della fortuna visitò la loro casa, e solo una bambina lo vide.

Bastava chiudere gli occhi, e potevi vederlo anche tu.


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"L’alleanza storica e, per così dire, «naturale» dovrebbe essere tra impoveriti e poveri, proletarizzati e proletari. Ogni volta che i poteri costituiti riescono a scongiurare quest’alleanza, giocando sul fatto che il ceto medio retrocesso ha ancora i valori e disvalori di prima e si crede ancora appartenente alla classe di prima, ci perdiamo tutti quanti. Il punto è che in Italia questo giochetto dopo la prima guerra mondiale ha portato al fascismo, che era una falsa rivoluzione confezionata a uso e consumo dei ceti medi, che ha avuto carta bianca dai padroni e ha prodotto morte e distruzione".
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Inviato il: Domenica, 27-Nov-2011, 23:11
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Sardegna

"La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi".
(Fabrizio de André)

Odiavo svegliarmi in un bagno di sudore. Perciò al mattino mi alzavo sempre presto, quando faceva più fresco. Poi passavo al Bar. I turisti si affollavano al bancone, si sparpagliavano sui tavolini, chiedendo nomi di pietanze e bevande sconosciute. Avevano capelli colorati, e tatuaggi allegri, che mi salutavano facendo capolino da camicie, canotte e sottovesti. Disegni che si staccavano dalle pelli cotte dal sole, e venivano un po' a parlare con me. Tenevo sempre gli occhi bassi, per cui apprezzavo molto la sintesi dei simboli, mi rimanevano impressi meglio nello sguardo e nella memoria. In quel periodo si discuteva molto sulla Sardegna. Che posto era, e perché tutti ne parlavano così bene? Si diceva che ci fossero tante feste, che duravano giorni interi.
" In Sardegna, pensa, ho visto...ho fatto..." cominciavano a raccontarmi.
Poi seguivano nomi sconosciuti.
Io guardavo i loro corpi. I segni dell'abbronzatura, la pellicina che si toglieva. Avrei voluto staccargliela, e assaggiarla, per controllare se davvero ci fosse sapore di sale. Scartavo i sorrisi, che mi sono sempre sembrati una provocazione. Non riuscivo a smettere di pensare all'ordine che aveva assemblato quelle pietruzze perlacee, alla felicità che le manteneva integre. I sorrisi erano barriere che mi impedivano di vedere, di capire la forma della Sardegna, i suoi segreti di seta, colorati di luce nera, trasparente, seducente.

Si dice che in Sardegna le fate uscivano per urlare le loro preghiere al signore della magia, Lucifero, soltanto a notte fonda. Avevano paura che la loro pelle, soffice e candida, si sciupasse a contatto col sole.
Forse è per questo motivo che i diavoli hanno la pelle così rovinata.
Stanno tutto il giorno a contatto con le fiamme infernali, e in aggiunta vanno pure a cercare uomini da tentare, sotto il sole cocente...
Non riuscivo a immaginarmi una creatura della notte con la pelle candida. Ho sempre pensato che  fossero tutte brutte, emaciate, dai colori disgustosi. Non potevo smettere di pensare al colore delle fate.

Una notte, sognai la Sardegna. Vagavo tra le rocce, di sera, cercando buchi nei quali potessero nascondersi folletti o fate, anche piccoli. Il risultato fu che il terreno sul quale poggiavo i piedi cedette, e sprofondai in un cunicolo. Il panico durò solo pochi istanti, perché trovai un amico, finito anche lui sottoterra come me, chissà come. Mi disse di seguirlo. "In queste zone, per motivi strategici, venivano scavati cunicoli e nascondigli durante la guerra, che collegavano zone diverse delle città o dei paesi...veri e propri sentieri sotterranei!". "E adesso che è finita la guerra, a cosa servono?" domandai. "Non lo so, ma vediamo intanto dove porta questo!" rispose senza girarsi, camminando avanti. C'erano delle scale scolpite nella pietra, e scendemmo sempre più in giù. Più proseguivamo, più le scale perdevano la loro forma regolare e squadrata, e si facevano spigolose e dure come la roccia. Finché mi sembrava di essere masticato dallo stomaco della terra. Fin dove voleva scendere questo mio amico... dentro l'Inferno? Mi mancava l'aria. "Per favore, tra un po' è l'alba, proviamo a tornare indietro, qui c'è solo terra". Anche se un po' riluttante, il mio amico acconsentì alla richiesta. Tornando sui nostri passi, riuscimmo a ritrovare il punto da cui ero sprofondato, e da lì, arrampicandoci verso la Luna, risalimmo in superficie.


Ma ci attendeva un'altra sorpresa. Una canzone senza parole, fresca come brezza marina, soffiò sulle nostre tempie. Seduta sulla roccia c'era una fanciulla dai capelli di un nero sconosciuto e bellissimo. Potrei chiamarlo nero argento, se solo esistesse. Aveva la pelle più bianca che avessi mai visto. Bianca neve.
Labbra rosse e invitanti. In bocca avevo un sapore dolce come il veleno, come quando ti sanguina la lingua e inghiotti il tuo stesso sangue, trascinato dal torpore. Si rivolse a me, e disse "Sono venuta a riprendermi il tuo amico. Non può stare con te, appartiene all'Inferno. Quando sei caduto, ne ha approfittato per seguirti, ma non gli è consentito". Il mio amico mi guardò con un'espressione vergognosa e comica, come a dire "Scusa, ci ho provato".
In ogni caso, non lo biasimavo affatto, e comunque non gli diedi molta retta. Guardavo quel delizioso e osceno biancore. Mentre intorno a me tutto era ombra, perfino la Luna, lei era come una luce, che cancellava la distanza tra pensiero e azione, unendole come un abbraccio, folle e bellissimo. Mentre rimanevo incantato, come le rocce, la Fata e il mio amico svanirono da questo mondo.
Rimasi indeciso se continuare o meno il sogno. Avrei potuto immaginare quella Fata a condividere con me quell'ultima porzione di notte.
Avrei potuto immaginare di essere vicino a quell'incarnato così soave e candido, tanto da poterlo toccare, e forse mordere.
Chissà se mordendo la pelle di una Fata, riesci a entrare nel suo stesso mondo? Forse funziona come coi vampiri. Forse deve essere lei a mordermi.

Nell'incertezza, mi svegliai.
Come al solito, troppo presto.
Tornai, come di consueto, al bar, per catturare odori, frammenti, immagini e racconti, di questa terra chiamata Sardegna.
Qualcuno l'ha nascosta nel mio cuore, spingendola in fondo, nel buio, senza neppure darmi occasione di poterla ammirare.
E adesso sono qui, impotente come solo gli uomini sanno essere, di fronte alla vita.
A custodire un parto che non potrà mai verificarsi.


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Inviato il: Venerdì, 02-Dic-2011, 01:19
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Occhi



L’uomo guardava attraverso lo squarcio della porta.
O forse non era l’uomo. Erano soltanto i suoi occhi.


La spaccatura nel legno pareva una piccola bocca malformata, coi denti storti.
I materiali organici assorbono le emozioni secrete, dal cuore alla pelle.
Soprattutto nei momenti in cui lo sguardo non presta la dovuta attenzione, il corpo si protende a tradire la mente, cercando l’abbraccio della materia.

Forse proprio per questo l’uomo (o i suoi occhi) si estendevano febbricitanti, attraverso quella feritoia. Sbirciavano per controllare la porzione di stanza visibile da quel buco, alla ricerca di chissà quali segreti.

C'era una finestra opaca a sbarrare l'orizzonte.
E poi, un piccolo letto singolo, appoggiato alla parete, sulla destra.
Un armadio, e una scrivania, entrambi sulla sinistra.
Sopra la scrivania c’era un libro, aperto in ottuso stupore.


Prima di tutto, chi aveva praticato quel foro sulla porta?
All’interno della stanza c’erano solo oggetti inanimati.
Il libro non era abbastanza robusto e pesante per provocare scalfiture, anche scagliandolo con tutta la rabbia possibile.


Comunque sia, il vero problema di base era che l’uomo, o il suo sguardo, non avevano alcun ricordo di se stessi e del proprio passato fino al momento che stiamo descrivendo. E quindi non sapevano nemmeno se, girandosi all'indietro, avrebbero trovato davanti a sé l’immagine rassicurante della loro casa, o se piuttosto si sarebbero ritrovati un luogo estraneo, un corridoio buio, pieno di oggetti sconosciuti, significati perduti, custoditi gelosamente da qualcun’altro.

Forse però qualcuno era stato nella stanza, come poteva testimoniare il libro aperto.
Forse quel qualcuno era ancora lì.
E se si fosse nascosto dentro l’armadio, impalpabile e silenzioso, aspettando di irrompere fuori nel momento peggiore?

Magari si trattava di un essere mostruoso, dotato della stessa furia cieca sufficiente a squarciare una porta con un pugno.
Sarebbe quindi stato sufficiente tenerlo chiuso nell’armadio, dimenticarsi del buco sulla porta, e continuare la propria vita.

Sì, ma quale vita?
Un lavoro, una storia d’amore?
Una ricetta di cucina da eseguire alla perfezione?


Che ne dici di provare questa?

Briciole di biscotti condite con salsa Vinavil, e una spruzzata di segatura e scaglie di sapone.
Gli ingredienti mancanti non sono un limite all’intelligenza e alla voglia di fare
.


O così dicono.

Se davvero non si trovava in casa propria, avrebbe prima di tutto dovuto giustificare la propria presenza.

Il ritorno dei veri inquilini sarebbe stato solo questione di tempo.
Un tempo dilatato e angoscioso, come la tortura.

Come poteva ingannarlo?
Magari vagando per la casa, esaminando gli oggetti, cercando di farsi un’idea sulle fattezze dei proprietari in base agli indizi raccolti.

Mettendo insieme gli indizi, avrebbe potuto scoprire di essere finito nella casa di uno di quegli squilibrati, quei tizi che sembrano tranquilli fuori, e che poi, una volta al sicuro tra le mura dimestiche, sfogano la propria pazzia prendendo a calci e pugni le porte.

Cosa sarebbe successo, se una persona simile, traboccante di rabbia repressa, avesse trovato rientrando a casa un estraneo, incapace perfino di indicare le proprie generalità, candidato a una prigionia perfetta e senza tracce?

Cosa sarebbe successo se, per vendicarsi dell’intrusione, avesse voluto spaccargli la testa, per provare le sue nocche, indurite dal contatto col duro legno, su una testa fragile e ripiena di sangue?

No.
Non se la sentiva di voltarsi.
Troppe possibilità, troppa paura.

Meglio vivere nella tranquillità dell’incertezza.

In questa tormentata indecisione l’unica cosa capace di avvolgerlo al sicuro, in quel preciso momento, era proprio quella fase di stallo: gli occhi affacciati sullo squarcio, e la visione della stanza che il suddetto poteva offrire, a suo modo tranquillizzante, poiché non offriva sorprese.

Un pensiero ovvio si fece avanti, reclamando l’attenzione negata fin dall’inizio.
E se fosse stato proprio lui a prendere a pugni la porta?
Del resto, non ricordava nulla.

Ma… perché avrebbe dovuto farlo?

Forse proprio per il motivo ipotizzato qualche riga addietro.
Protetto dietro quella barriera di legno, riusciva a vedere soltanto gli elementi essenziali della stanza, quelli che potevano aiutarlo a ricostruirsi una sua idea di realtà, senza dover fare i conti con un vero ambiente da esplorare e con cui interagire.

C’era infatti il tutto il necessario per una vita tranquilla. Una scrivania sopra la quale lavorare, un armadio con vestiti da riempire. Un letto in cui dormire, sognare, abbastanza piccolo per sentirsi solo, o per condividere momenti caldi e stretti, desiderandone uno più grande.

C’era però un altro pericolo: prima o poi, vivendo lì, si sarebbe ritrovato costretto a ripensare alle sue pretese, progettare ambienti più grandi da vivere e condividere.
E poi c’era quel dannato libro da leggere, un altro mondo in cui entrare, un viaggio da intraprendere sul veicolo della propria immaginazione.

Troppi pericoli. Troppi cambiamenti.
Troppe sensazioni dolorose da catalogare e analizzare, preludio a scelte e passaggi inevitabili.

Mentre così pensava…

La porta si aprì.

Aveva premuto troppo il corpo contro di essa per sbirciare.
Siccome la serratura era chiusa male, non aveva retto al suo peso.
Il suo volto si allungò verso la stanza, e i piedi lo seguirono.
Iniziò a camminare.
Non era più soltanto uno sguardo.
Andò per prima cosa a dare un’occhiata al libro.

La pagina era aperta su quella frase…

"Vai via".

—–

La chiave girò dentro la toppa tre volte, e poi finalmente la signorina R. rientrò in casa.
Sbuffò di fatica, posando le borse della spesa in un angolo. Poi rivide, in fondo al corridoio, quella porta squarciata.

Il resto della casa, come al solito, era pulito e ordinato.

Ma quel Buco Nero in fondo al corridoio aveva la capacità di divorare la luce.
Cos’era successo alla porta? Chi l’aveva sfregiata?

Una lite furibonda? Un tentativo di rapina finito male? Una prigionia forzata? O forse era davvero il frutto di uno sfogo di rabbia?

Ripercorrendo con le dita quelle fratture, le tracce emotive inflitte al legno risalivano attraverso la pelle, componendo immagini confuse.

Urla.
Dolore.
Calci rabbiosi.
E quello squarcio, nel cuore di legno.

L’unica cosa certa, a giudicare dall’espressione sul viso della signora R., era la volontà di ricacciare dentro lo stomaco quel ricordo.

Chiunque venisse a trovarla, non riceveva alcuna spiegazione.

Qualunque sensitivo, o artista, che avesse voluto scandagliare la sua testa, alla ricerca di una spiegazione, avrebbe trovato soltanto una profonda tristezza nel suo sguardo.

La signora R. aveva ricacciato certi ricordi così in profondità, che provare a rinvenirli significava scivolare in fondo a un pozzo nero, verso morte certa, senza possibilità di recupero.

I racconti e le leggende nascono per colmare i buchi dell’esperienza.

Perfino i racconti dell’orrore, nella descrizione del male, dal più fetido tagliagole psicopatico, al mostro extradimensionale, collage di fobie assortite, ci forniscono una mappa sulla quale muoverci, un insieme di simboli e segnali che ci prepara al trauma di qualsiasi possibile scoperta negativa.

Ma quando il significato è sepolto, perduto, tra le spire del passato?

Esistono migliaia di enigmi sparsi per il mondo.

Monumenti giganteschi di antiche civiltà.
Statue dall’espressione indecifrabile.
Disegni senza logica, eredità di lingue ormai dimenticate.

Non esiste una chiave per decodificarli.
Ci illudiamo di superare la distanza del tempo tramite la ragione, ma nessun indizio davvero utile è sopravvissuto.

Non esiste nessun legame tra i nostri pensieri e quelle antiche coscienze, decomposte e assimilate dalla terra.

Le antiche memorie sono divenute i mattoni di cui è composto il nostro corpo.

Ma un frammento di casa non ricorderà mai il luogo da cui provengono i sassolini impiegati per la sua costruzione.

Anche la Signorina R. era cambiata.

Anni e anni di psicoterapia le avevano offerto un’unica strada: seppellire la sua vecchia coscienza e diventare una persona nuova.

La vecchia personalità forse conosceva la verità, ma era stata sepolta troppo in fondo ormai.

E il buco nella porta era diventato un altro simbolo.

Un altro catalizzatore di attenzione, senza altro scopo.

La convivenza tra queste due realtà, la rottura negli schemi conosciuti, evocava sentimenti indefinibili, inquieti, per chiunque si trovasse a passare da lì.

Come un monumento ancestrale, ingombrante e senza senso.

Possiamo decidere di girare le spalle e ignorarlo, per poter tornare a costruire i mattoni del presente.

Oppure possiamo rimanere lì a fissarlo, come idioti, col cervello arrotolato su sé stesso, in ipotesi senza costrutto, e la paura che attende spiegazioni, rosicchiando il cuore.

Impegnati a fissare quell’unico punto, rimaniamo col fianco scoperto, vulnerabili a qualsiasi attacco esterno.

A volte la Signorina R. guardava i suoi ospiti, imbambolati di fronte a quel buco.

Sarebbe stato facile accoltellarli, in quei momenti.

Erano come sospesi tra due diversi mondi, come lo spettatore sollevato a mezz’aria da un’abile prestigiatore.

E’ per questo motivo che riceveva sempre meno visite. Chiunque provava quella strana sensazione non aveva più voglia di sentirsi di nuovo così.

E’ meglio ignorare le tracce dell’assurdo, per poter continuare a vivere, costruendo i propri significati, le strutture nelle quali rinchiudersi, al sicuro?

Oppure è doveroso, per amore della ricerca, perdersi nelle spire di un passato che nel mondo di oggi, qualora fosse davvero rinvenuto, non potrebbe comunque trovare collocazione?

Il simbolo decifrato, la statua riportata alla luce, restano lì, come prima.

Senza che nessuno riesca a trovare un ruolo, un contesto in cui rigenerarle.

Quando pensi a questa eventualità, sei di nuovo sulla mano del Buddha, anche se ti sembra di aver corso per milioni di chilometri.

Il serpente si morde la coda e svanisce, come il tempo.

Non puoi vederlo, ma si ripete uguale.

Se invece riesci a percepire lo schema, gli ingranaggi, allora sei tu quello fuori posto.

Sei tu il fantasma, incapace di toccare il mondo che si muove.

Rimane tra le tue mani soltanto un mucchietto di sabbia.

O forse sei tu quello che si sta disgregando.

Apri il palmo, lasci scivolare via i granelli, ed ecco il tuo finale.



Chissà, magari un giorno la signorina R. avrebbe potuto decidersi a far riparare quel buco.

E poi magari avrebbe potuto invitare qualcuno a cena, ricominciare a vivere.

O perlomeno provarci.

Ma nella realtà dei fatti non ci provava mai.

A volte si sviluppano rapporti strani e morbosi con le proprie ferite.

Forse sperava che attraverso lo squarcio il ricordo residuo e doloroso rimasto nella stanza avrebbe avuto il tempo di filtrare, evaporare via.

Quando era costretta ad assentarsi lo immaginava prendere forma, come una sorta di fantasma indeciso.

Un ometto trasparente, con le gambe sottili e un po’ tremolanti, abbastanza solide da condurlo lontano da quella casa, eppure al tempo stesso timoroso di andarsene.

Ma prima o poi sarebbe cresciuto.

Avrebbe trovato il coraggio di andarsene e lasciarla in pace, ne era certa.

E intanto, aspettava.

L’aveva anche scritto sul suo diario. E poi lasciava sempre aperto su quella pagina, su quell’unica frase, quasi come a sperare che venisse letta davvero da qualcuno.

"Vai via".


--------------------
Pane, lavoro e pace.


"L’alleanza storica e, per così dire, «naturale» dovrebbe essere tra impoveriti e poveri, proletarizzati e proletari. Ogni volta che i poteri costituiti riescono a scongiurare quest’alleanza, giocando sul fatto che il ceto medio retrocesso ha ancora i valori e disvalori di prima e si crede ancora appartenente alla classe di prima, ci perdiamo tutti quanti. Il punto è che in Italia questo giochetto dopo la prima guerra mondiale ha portato al fascismo, che era una falsa rivoluzione confezionata a uso e consumo dei ceti medi, che ha avuto carta bianca dai padroni e ha prodotto morte e distruzione".
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C’era una volta un grosso Uovo, vestito di tutto punto, con giacca all’inglese e panciotto. Stava seduto in cima a un muro.
"Salve a tutti mi chiamo…"
Purtroppo, prima di finire la frase, iniziò a ondeggiare e cadde per terra rovinosamente, diventando una frittata.



Alice Liddell guardò l'illustrazione a corredo della fiaba che stava leggendo, poi chiuse il libro di fiabe sospirando. Guardò il suo ragazzo, che sonnecchiava pigramente accanto a lei, a pancia all'aria come un annegato. Gli carezzò la fronte e gli disse:
"Lo sai? Una volta, quando ero piccola, incontrai un coniglio bianco…"
Il ragazzo la osservava senza guardarla.

Alice continuò:

"Era buffo, vestito come un valletto, aveva perfino un'orologio da tasca..."

Poi si interruppe. Sorrise, carezzandosi la guancia.

"E poi?" chiese il ragazzo sbadigliando.

"E poi inizio’ a correre verso la sua tana"

"Ebbene? L'hai seguito?"

"No" disse Alice con occhi umidi.

"E va beh" bofonchiò il ragazzo grattandosi la pancia.
"Senti, piuttosto...dove andiamo a mangiare stasera?".


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Natale decentrato

Lo sciopero dei netturbini.
La muraglia di rifiuti.
La gente che mi saluta.
La gente che non mi ricordo mai.
Le ex compagne di classe:
"Prendiamoci un caffé".
Un giorno di questi, magari dopo le feste.
Un caffé a Messina.
Ti presento il mio ragazzo.
Il mio ragazzo vive a L’Aquila.
Il mio ragazzo è originario di Bari.


"Il mio ragazzo è molto carino".

"E’ giusto così, anche tu sei sempre stata carina.
Serena e limpida per gran parte del giorno.
Qualche banco di nebbia, giusto nelle prime ore nel mattino.
Ma in generale, poco mossa".

"Carino nel senso di gentile".

"Ah, beh".

Il viale lacerato.
Le scritte sul muro.
l tram senza senso.
Le strade che ho percorso.
La musica che ho ascoltato.
La mia scuola non esiste più.
L’odore del mercato del pesce.
Avanzi di frutta sparpagliata per terra.

Vedersi sul viale, poco prima della piazza, vicino al bar,
davanti al ristorante, al termine dell’universo.
I fidanzati dalla faccia pulita.
Simpatici.
Quadrati.
Gentili.
Fermi.
In prevalenza sereni, su tutte le regioni.

L’aperitivo che pizzica sulla lingua.
Il trucco leggero sulle labbra delle mie compagne.
Frugo tra le variazioni di tono nella voce, cercando frammenti di storie passate e future.
Gli occhi mi sfuggono, non bastano mai.
Non ci sono abbastanza occhi.
Non c’è abbastanza orizzonte.
Non c’è abbastanza luce, dentro questo bicchiere.

Dopo il brindisi, la guerra dei mortaretti, gli avanzi di panettone.
Gli zii che girano per casa, abbracciano tutti.
E piangono e ballano, e si fanno forza, e applaudono.
I fantasmi nelle foto sorridono.
La tv sintonizzata sul trenino di cosce e comici e tette.
"Brigittebardò bardò!"

I cugini e le cugine, vestiti eleganti, acqua di colonia, i soprabiti accatastati sopra i letti.
Scrivono messaggi, i cellulari squillano.
Annuso l’attesa, i passi nervosi nel corridoio, le occhiate incessanti allo specchio.
Come se questa notte fosse l’ultima del mondo.
Non è mai così.
Non è meraviglioso? Non è tremendo?

Non so cosa fare, guardo vecchie foto, leggo vecchi libri.
Lo faccio sempre quando vado dagli zii.
Per prima cosa, i vecchi libri.
Soffro se qualcuno li sposta.

" L’autore di questa raccolta di racconti ha scritto pagine preziose e piacevoli.
I suoi racconti hanno commosso adulti e bambini ".

E poi…

" Purtroppo durante l’ultima parte della sua vita si allontanò dal Sentiero di Dio, e soffrì molto per questo.
Per fortuna in vecchiaia tornò sulla retta via, e si spense serenamente ".

Edizioni Cattoliche Vattelapesca.
L’autore di quella raccolta era omosessuale.
Per questo venne rinchiuso in carcere, e in seguito morì.

Un’altro libro, un vecchio testo di anatomia. Una didascalia mai notata prima.

"A mia moglie, ai miei figli.
Quando queste braci saranno ormai cenere, chi ne conoscerà alla fine il calore? "

Schivo le proposte di capodanno.
Scarto i biglietti della lotteria della parrocchia.
I biglietti per la magica notte di capodanno a sessanta euro.
A quaranta?
A venti?
Tombolata a casa di Cristo?


E tu sei il fantasma che mi riscalda e che non fa paura, la risata che scuote il corpo e che si mantiene pura.
Né lacrime, né sangue, né tempo, né capelli che si strappano.
Non è necessario.
Sarai sempre qui.
Eppure non ci sarai mai più.
Sempre.


Abbraccio chi voglio.
Abbraccio tutti.

Sono tutti qui, ed è qui che li voglio.
In questa tetra, immobile, crudele, meravigliosa, vita che passa.
Ammassata e distante.
A tratti vera, a tratti finta.
Se gli attimi sono abbastanza veri da fermarsi, e congelarsi nelle vene, ben venga la finzione.
Ti aspetterò, mia cara, nella finzione.
Mi aiuterai a versarla in un bicchiere, in una tazza fumante, nella mia pazzia.
Saremo come quelle stelle lontane, che c’è bisogno di tanta finzione, per immaginarle dove sono più necessarie.

Lo schermo pallido della tv.
I film del dopo mezzanotte.
Tesori sommersi nella notte.
Fuori, adesso, c’è fin troppa luce.
Troppi colori che non servono.
Bianco e nero dell’immaginazione.
Sotto l’abbraccio delle coperte, al calduccio, ubriaco di pensieri.
Mi faccio una sega e chiudo gli occhi.

" E’ questo il bello del buio. Il buio siamo noi ".


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Inviato il: Lunedì, 09-Gen-2012, 13:47
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La madre viveva all’inizio del bosco, in una baracca sospesa tra i ritagli del tempo.
Così come era sospeso, tra le maglie del tempo altrui, il suo mestiere di puttana.
Passava le sue giornate aspettando i clienti.
Oppure la morte, indifferente.

Quando suo figlio fu abbastanza grande per muovere i primi passi nel bosco, ci fu subito la paura.
Tornava sempre da lei in lacrime, graffiato e sporco.
E poi raccontava storie di lupi, demoni, fantasmi e altre stronzate.
Nessuno è mai riuscito a stabilire che tipo di poteri avessero queste creature, nei secoli passati.
In compenso, tutti conoscono le cose che fanno paura oggi.
Ma nessuna di esse, che Dio ci perdoni, può essere nominata.

Stanca di incubi, piagnistei e folletti, la madre decise di affidare il ragazzo alle cure di una megera.
Una lontana nostra parente, gli spiegò.
Ma in realtà la vecchia era soltanto uno dei tanti creditori che la assillavano durante il giorno.
Aveva così tanti debiti che spesso era costretta a concedersi gratis.

La megera, poco interessata alle grazie femminili, aveva scelto un’altro tipo di pagamento.
Non c’è molto da stupirsi, se pensate al silenzio divorante della natura, che alcuni chiamano pace.

Il ragazzo fu portato lì al mattino.
La vecchia aprì la porta maledicendo la serratura arruginita.
Non guardò nemmeno il ragazzo, gli intimò soltanto di rimanere zitto, in un angolo.
La madre andò via senza voltarsi.

La vecchia ricevette per tutta la mattina signori ben vestiti.
Teneva gli occhi aguzzi, e una smorfia colma di ironico disprezzo.
Tirava fuori pile di carte, e mucchi di fotografie.
I signori strabuzzavano gli occhi come bestie in trappola.
La fronte iniziava a luccicare di sudore.
La vecchia rimaneva in silenzio, tutta nera e brutta, non le si vedevano nemmeno gli occhi.
E alla fine gli uomini eleganti si decidevano a pagarlo, quel silenzio.
E lo pagavano salato.

Quando rimasero soli, il bambino era ormai convinto che la vecchia l’avrebbe cucinato per pranzo.
Aveva biascicato le poche preghierine che conosceva ed era rimasto a tremare, sperando che tutto potesse finire presto, e che non facesse troppo male.

Invece gli venne dato un piatto di minestra fumante. Aveva un colore orrendo, ma un ottimo sapore.

La megera divenne "La nonna".
La madre tornò a essere "La troia".
Il figlio venne chiamato Klaus, e da allora in poi non gli mancò un piatto di minestra, a pranzo e cena.

Però doveva guadagnarseli.
Ad esempio di notte, quando la gente dorme, o sospira.
Klaus stava zitto, si nascondeva.
Poi aggrediva quelli che si avventuravano nella nebbia, invece di stare al calduccio dei loro letti.
A volte prendeva la borsa, altre volte la vita, o entrambe.

A questo mondo si è costretti a guadagnare il pane facendo spesso cose strane.
Divenne così bravo che a un certo punto la nonna lo presentò ad alcuni amici.
Pian piano divenne esperto nel fare cose che gli altri non volevano fare.

Era veloce, ma pietoso. E soprattutto pulito.
Quelli che fanno certe cose solitamente indugiano troppo in pratiche macabre.
Quando si tratta di cose noiose, tristi e sporche come ammazzare la gente, divertirsi un po’ è considerato da certi depravati un bonus aggiuntivo.
Klaus non era sadico, ma piuttosto metodico e ordinato.
Voleva sbrigarsi in fretta e tornare a casa, per godersi un buon libro e una cenetta tranquilla.

A volte c’erano piaceri imprevisti.
Qualche donna, illudendosi di essere risparmiata, gli si concedeva.
Era tutto inutile, ma Klaus le lasciava fare.
Anche in quel caso si sbrigava in fretta.
Tanto poi andava sempre a finire allo stesso modo, per tutte.

Klaus voleva bene alla vecchia.
Sapeva tutti i segreti della gente di città, ma per fortuna di quelli non parlava mai.
Adorava invece insegnargli i trucchi della cucina contadina, le migliori erbe commestibili e i posti dove andare a cercarle.

Si sentì triste quando morì.
Venne trovata morta in un burrone.
Si disse che era andata a raccogliere certe erbe, e che sporgendosi troppo, era caduta nel vuoto.

Klaus non ne fu sorpreso. Sapeva che prima o poi avrebbe fatto la stessa fine. E sapeva anche che la vecchia non usciva mai di casa.
Però gli piaceva pensare, quand’era triste, che non era stata ammazzata.
Che in realtà era soltanto uscita a cercare erbe saporite, per lo spezzatino di carne che gli piaceva tanto.

Klaus ereditò la casa della megera, ma continuò a fare il suo lavoro.
Gli uomini eleganti venivano sempre, ma ormai avevano un sorriso chiaro e amichevole.
Sapevano che era troppo stupido per custodire segreti.
Ma era comunque il miglior assassino sulla piazza, e continuarono a richiedere i suoi servigi.
Era sempre ligio al dovere. Non faceva commenti.
Anche quando gli venne detto che la donna all’inizio del bosco, tra i ritagli del tempo, era diventata un problema.
Anche quando gli venne spiegato che quella donna, quella lurida troia, voleva ricattare uno dei suoi migliori clienti, un facoltoso imprenditore che stava per lanciarsi in politica.

Si fece dare soltanto le indicazioni per raggiungere la baracca.
Anche se le conosceva benissimo.
Anche se lì era nato.

Quando tutto fu finito, dopo aver appiccato il fuoco alla baracca, si incamminò nel bosco e si sentì felice.
Era come ripercorrere le piccole paure dell’infanzia.
Ormai erano così ridimensionate da lasciare soltanto un brivido piacevole e nostalgico.
Era contento di aver avuto la possibilità di pensare lui stesso a sua madre.
Un altro, chissà cosa avrebbe combinato.
Era entrato facilmente, e poi l’aveva addormentata.
Grazie al fuoco, nessun’altro l’avrebbe più toccata.

In fondo voleva bene alla sua mamma.


Klaus era mite, adorava ascoltare, amava la cucina tradizionale, e aveva un lavoro sicuro.
Gli piaceva vivere nel bosco, nella sua casetta.
Quando la notte non riusciva a dormire, seguiva il sentiero illuminato dalla luce argentea della Luna, e si immergeva nel silenzio delle betulle.
Senza domande, senza pensieri.

Ogni tanto si voltava, cercando con lo sguardo la città.
Quel mondo di luci artificiali che conosceva soltanto attraverso gli abiti di marca dei suoi committenti, o quelli macchiati delle sue vittime.
Quel dedalo di indirizzi che conducevano ad appartamenti squallidi, o vicoli poco frequentati.


L’immagine della città era un miraggio mangiato dall’orizzonte.
Sembrava una struttura solida.
Ma ogni tanto era tradita da rumori assordanti.
Sembrava che l’acciaio volesse gridare, per svelarne la natura instabile e traballante.

Poi tornava a contemplare le ombre del bosco che si sovrapponevano in modi bizzarri.
Sembrava che ci fosse sempre qualcosa, in attesa, nascosto nel silenzio assassino.
Questa percezione avrebbe dovuto spaventarlo.
Invece lo rassicurava.
Quando l’esito ti appare scontato, non devi preoccuparti di ricamare per bene i frammenti della tua storia.
Ti sistemi nel tuo mucchietto di terra, ci caghi sopra per marcare il territorio.
Poi torni a cagarci dentro, una o due volte al giorno, se ti va bene.
Non hai bisogno di affaticarti, di cercare domande, di indagare dietro il senso delle cose.

Semplicemente, rimani lì.
Come gli alberi.
In attesa della pisciata di qualche viandante.
O del colpo d’ascia capace di abbatterti una volta per tutte.

Il miraggio della città tremava come la luce di una candela.
Bastava un soffio per spegnerlo e rimanere prigionieri nel buio.

Lui lo sapeva bene.
Sapeva quanto fosse illusorio il potere degli uomini eleganti.
Aveva cambiato tanti padroni.
I metodi erano sempre gli stessi, e poi toccava a lui pulire.
Nel frattempo però troppe mani mungevano dalla stessa mucca.
E presto si sarebbero resi conto che non c’era più un cazzo da spremere.

Ma per allora, sperava, sarebbero stati troppo occupati ad ammazzarsi, farsi a pezzi, e mangiarsi a vicenda, per chiamare lui.
E a quel punto sarebbe finalmente andato in pensione.

Tutto prima o poi sarebbe stato divorato dalle ombre.
Ma Klaus cosa poteva farci?
Lui faceva soltanto il suo lavoro.

Si guardò le unghie incrostate di sangue.
A casa lo aspettava un piatto di minestra calda.


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Paul il tricheco



Iniziai a scrivere canzoni per cacciare via la malinconia, in quelle sere di Giugno, nelle quali tutti sembravano divertirsi un sacco. Tuffai la testa sotto le coperte, sognando un oceano oscuro.
Infilai una mano dentro le mutande e pensai: ora mi diverto io. Ma dietro di me c'era un muro bianco, senza crepe. Luminoso. Senza misericordia. Non dormii molto, perché le parole servono sempre a far sognare gli altri. Li fanno sembrare piccoli e lontani, mentre li guardi, sospesi tra un pianto e una risata, come marionette.
E tu invece diventi la notte. Impossibile abbracciarti. Dentro di te galleggiano tutti, senza farti nemmeno il solletico. Per sentire, immaginavo e creavo. C'è chi scrive per assemblare mondi disarmonici, leggi irregolari, con la minuzia di un ingegnere. C'è chi vuole sfogarsi, dopo aver perso la fidanzata. Io scrivevo quando mi mancava l'aria. Solo dopo aver finito riuscivo a sentirmi respirare normalmente. Per cui vomitavo righe, perfino più in fretta delle note sul pianoforte, ma la musica riusciva sempre ad avere il sopravvento. Mangiava i concetti, li superava. Rimaneva soltanto l'eco di un significato. La sinfonia s'innalzava per i fatti suoi, impalpabile, inperscrutabile. Malgrado le andassi dietro, mi lasciava sempre a terra. Il testo si scollava dalla musica, gli arrangiamenti ricopertinavano le parole, tutto diventava schifosamente ballabile, conviviale, fieristico. Per un po' provai a specificare che ero stato frainteso, ma remixarono anche questa frase, e la resero una hit dance vacanziera. Decisi di cercare il sole anche di notte: andai al supermercato. Le marche di biscotti proponevano Abbracci, Tenerezze, Momenti. Conoscevo già gli inganni autocompiaciuti del tempo cristallizzato. Non fai altro che leccare la superficie di uno specchio, e non ti accorgi del riflesso di luce che ti supera, condannandoti a stare fermo a svariate distanze dalla realtà, mentre ti illudi di germinare e rifiorire dalle tue stesse ferite, come se qualcosa potesse davvero nascere dalle cose indimenticabili. Per nascere bisogna dimenticare di essere morti, per rinascere è necessario scordarsi di essere stati vivi. E quindi le Indimenticabili sono robe che, al massimo, puoi usare come compilation di canzoni estive vendute all'autogrill. Comprai quindi l'unica marca di biscotti che facesse al caso mio: le Certezze Mulino Bianco (cacao magro, panna senza latte, zucchero amaro, vaniglia piccante). Provvisto di questo viatico, tornai indietro in autobus, sgranocchiando. La gente seduta avanti non mi degnava di uno sguardo.
Mi chiusi dentro casa e scrissi, scrissi, scrissi. Tutto quello che mi mancava.
Nonostante mi chiedessi sempre, a ogni riga, a chi cazzo serve.
L'indomani arrivai in sala d'incisione in ritardo e tutti pretendevano che fossi lì, come se mi pagassero.
Beh, in realtà era proprio così… ma quanto è difficile spiegare che ti sei sbattuto tanto, e le cose che hai imparato, che hai sognato, quando chiudono le porte delle orecchie, pretendono che ti adegui all'immagine che hanno di te, e puoi suonare e cantare altre parole, tanto non servono a un cazzo.
Lavorai alacremente, come solitamente ci si aspettava dalla macchina del caffé. Ma quel giorno riuscii a metterla in ombra. Un doppio album e una decina di ghost track. Misero da parte perfino due o tre canzoni per il mercato spagnolo, nel quale era apprezzata la mia pessima pronuncia, tant'è che le canzoni tristi si trasformavano in allegre, e quelle allegre… vabbé, erano comunque molto tristi, nel loro umorismo forzato, per cui tutto si riequilibrava.
Qualche settimana dopo ebbi un incidente e finii in coma.
Mi posero in animazione sospesa, gettarono il frigorifero in una cantina polverosa e presero un mio sosia.
Per decenni una parte del pubblico mise insieme i vari indizi e si avvicinò alla verità. Confrontarono le foto e trovarono sbavature di luce, sospiri di benzina, immaginazione che si frappone e consuma l'immagine. Più aumentavano le indiscrezioni, più gli artefici del complotto spingevano il sosia a fare operazioni chirurgiche sempre più drastiche, nel tentativo di ottenere la sovrapposizione perfetta della sua immagine alla mia.
Il chitarrista della mia band iniziò a sussurrare nei ritornelli e nelle tracce nascoste: "Avevano ragione a dire che eri morto!", giusto per divertirsi sadicamente e confonderlo. Cominciò ad avere delle crisi nervose, doveva stare troppo attento a troppe cose, mentre i ricordi della sua vita vera pungevano e si sovrapponevano, facendolo sbagliare nelle interviste.
La tensione lo fece impazzire
Alla fine decisero di asportargli direttamente il cervello, e di collocargli dentro il mio. Come se nulla fosse successo.
I seguaci delle teorie sulla mia morte si divisero in scismi, eresie, correnti diverse, e finirono per uccidersi l'un l'altro in una guerra segreta, alimentata dalla paranoia. Il corpo in cui risiedevo non era il mio, ma era stato modificato, ricostruito, per aiutarmi facilmente a credere il contrario.
"Preoccupati delle parole" diceva il nostro manager "e il senso di tutta questa storia si sistemerà da solo".
Ed era così infatti. La mia coscienza iniziava a calzare quel corpo, come un vestito che si allarga e diventa più comodo man mano che ci sguazzi dentro.
Dovevo soltanto crederci io stesso, e in un colpo solo il passato sarebbe scomparso.
Vietato guardarsi indietro.
Arrivai quasi a riuscirci…tranne di notte, nei sogni.
L'inconscio conservava ancora il sapore gelido dei postumi dell'ibernazione.
Sognavo di essere immerso ancora in una fredda e placida notte, che non era né adesso, né ieri, ne mai.


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Pane, lavoro e pace.


"L’alleanza storica e, per così dire, «naturale» dovrebbe essere tra impoveriti e poveri, proletarizzati e proletari. Ogni volta che i poteri costituiti riescono a scongiurare quest’alleanza, giocando sul fatto che il ceto medio retrocesso ha ancora i valori e disvalori di prima e si crede ancora appartenente alla classe di prima, ci perdiamo tutti quanti. Il punto è che in Italia questo giochetto dopo la prima guerra mondiale ha portato al fascismo, che era una falsa rivoluzione confezionata a uso e consumo dei ceti medi, che ha avuto carta bianca dai padroni e ha prodotto morte e distruzione".
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La carrozza procedeva lungo il pendio, circondata dalla nebbia.
Le creature dell'alba attendevano in silenzio.
Tutto ciò che si muoveva apparteneva al sogno, o al sospiro.

Luceria vide riflessa sé stessa, nello sguardo di Vesta.
Prima che il viaggio avesse inizio, le aveva posto una domanda.
Non aveva dubitato mai, nemmeno un secondo.
Eppure quel bacio le spezzò il respiro.
C'erano state mani intrecciate. Altri baci, e carezze. Promesse mormorate alla Luna, prima che il viaggio avesse inizio.


La cosa più difficile, mentre la carrozza avanzava, era sopportare la monotonia del paesaggio. La consapevolezza di essere lì, prigioniere di spazi angusti e movimenti limitati, nel tempo morto che intercorre tra la partenza,e l'arrivo. Un paesaggio piagnucoloso di nebbia e campagne. Un paesaggio da poeti. Stupidi, deboli, codardi poeti. Sprecano il tempo a scolpire l'invisibile, masticando l'aria, senza conoscere mai la dolcezza della carne, i crampi allo stomaco, il sudore, il brivido elettrico che corre lungo la schiena.
Eppure... perché questi mezzi uomini, pallidi e senza sangue, hanno così tanto potere? Come fanno le loro storie a cullare il cuore degli esseri umani in modo così soave, per poi precipitarlo, d'improvviso, nell'abisso?


Luceria non lo sapeva. Vorleva soltanto arrivare presto al Castello. Spogliarsi davanti al fuoco. Mordere la pelle bianca di Vesta.

Dolce Vesta! Continuava a non dire nulla.

Pensava a quanto era successo, tanto in fretta da non aver avuto neppure il tempo di riordinare le idee.

Nella sua vita, non aveva mai avuto molta familiarità con la gioia. Pensava quasi di essere pazza, o malata, mentre si toccava il cuore.

Restituì con un sorriso lo sguardo a Luceria.

Quando i primi raggi del sole mattutino iniziarono a sfiorarle la pelle, iniziò a convincersi che, dopo tutto, stava diventando una persona migliore.

In quelle terre, i governanti dovevano tenersi ben separati dal resto della popolazione.

Era una legge così antica che nessuno ne conosceva il significato, ma nonostante ciò la pena per coloro che trasgredivano era la morte. Poco importava il rango nobiliare a cui appartenevano, o la posizione nobiliare che ricoprivano.

Luceria e Vesta non si erano chieste, neppure per un attimo, per quale motivo era stato concesso proprio a due ragazzine come loro l'onore incontrare il governatore. Non ci pensavano neppure, in realtà.

Sembrava una semplice formalità da espletare, come il saggio di fine anno che si fa davanti al preside e ai professori della scuola. Erano giovani, e avevano appena scoperto l'amore.

Ai poeti e ai cacciatori di chimere, le domande. Per loro, c'era solo l'adesso.


Il Governatore le guardava dalla finestra della Torre, mentre scendevano dalla carrozza. I loro occhi sembravano non aver conosciuto mai nessun segno di amarezza.

Ma era un'impressione errata. Tutti assaggiano sia il dolce, sia l'amaro, nella vita. Persino gli occhi di un neonato innocente.

Afferrò la faccia che indossava nelle occasioni ufficiali, cercò di farla aderire bene al volto.

Coprì il resto con un mantello, e si diresse ai piani inferiori, per accogliere le due ragazze assieme al suo servitore.

Non fece molto per metterle a loro agio.

Dopo i convenevoli, le fece accomodare nel suo studio, informandole che, in virtù dei loro eccellenti risultati scolastici, erano state prese al Castello come segretarie. Da per scontato che avrebbero accettato la proposta, o per meglio dire, l'ordine. Da quelle parti ci si limitava ad affibbiare un ruolo alle donne, senza chiedere il loro parere. I padri sbarravano le porte del ritorno alle figlie in età da marito, dopo averle incoraggiate ad abbandonare il nido materno. Rinunciare ad un posto di lavoro così prestigioso, in una terra non certo ricca di prospettive, era una vera follia.

Se però di giorno la loro condizione era un gradino sopra la schiavitù, di notte le donne prendevano la rivincita.


Si radunavano in quei luoghi considerati dalla superstizione popolare luoghi di passaggio per il mondo dei morti, superstizione che le loro stesse antenate avevano furbescamente diffuso e incrementato, tramite le nenie e i racconti popolari diffusi dalle loro madri e dalle nonne.

Rifugi notturni, protetti da un guardiano invisibile ed efficace: la paura della gente.

Correvano libere e nude, celebrando le loro feste, i loro amori, scambiandosi confidenze, aiutandosi nei momenti difficili.

Si erano conosciute così, Luceria e Vesta. Alla luce della Luna tutto sembrava così naturale.

Eppure sapevano che il loro amore era malvisto anche dalle compagne.

La passione non può vivere solo nelle ore notturne, ha bisogno anche della luce del giorno. Si sarebbero tradite, prima o poi. Trascinando nel fuoco della loro lussuria quella piccola comunità segreta. Nessuno le avrebbe aiutate.

Al Castello avrebbero preservato il loro amore da ogni pericolo, in virtù dell'isolamento e della posizione privilegiata. Con un po' di fortuna, stando insieme, tutto sarebbe andato bene.


Il Governatore si congedò con freddezza. Ordinò al servo di preparare alle ragazze qualcosa da mangiare, e di mostrare le rispettive stanze.

Si riunirono ben presto, col favore delle tenebre, impazienti di consumare la prima notte insieme.

Luceria non aspettò di infilarsi sotto le lenzuola. Cominciò a baciare e mordere le labbra di Vesta, come a saziarsi dopo un mese di digiuno.

Le dita correvano libere di esplorare la pelle, tracciando cerchi ampi, stringendo tra le dita la carni palpitanti.

Scivolando sul collo, con le labbra arse dalla febbre, Luceria passò a tormentarle i seni.

Poi tornò ancora a cercare il miele delle labbra. I baci divennero profondi. Mangiavano il respiro.

Le mani scivolarono sul fondoschiena, mentre Vesta e Luceria si nutrivano annegando l'una nelle guance dell'altra.


Intanto, nelle sue stanze, il Governatore osservava tracce di sangue sui muri, che sembravano composte seguendo una lingua sconosciuta.

E lui poteva comprenderla. Leggeva come se quegli arcani messaggi gli provocassero pugnalate al cuore.

Era nudo, libero dalla maschera. Cento bocche, cento occhi affamati piangevano, urlavano emergendo dal suo corpo, come pustole.

La mattina dopo iniziò per le due ragazze il lavoro vero e proprio. Documenti da riordinare, richieste da esaminare. La noia di quelle giornate senza luce si alternava alla passione notturna.

Durante una notte di tempesta, uno dei servi si mise a vagare per i corridoi, senza riuscire a dormire. Passando accanto alla stanza delle ragazze, fu attirato dagli strani rumori, e si mise a spiare, scoprendo uno dei loro convegni notturni.

Ridacchiò, preparandosi a godere dello spettacolo, ma un'istante dopo la sua risata si congelò in una smorfia di dolore. Si contorse sul pavimento per qualche minuto, poi si sbriciolò, come polvere.

Le pareti vicino alla camera fecero sgorgare lacrime di sangue,proprio nell'istante in cui Luceria stava per avere un orgasmo.

Alcuni giorni dopo, le ragazze furono mandate a controllare il lavoro dei contadini nei terreni attorno al castello.

Trovarono una brutta sorpresa: erano incolti e disabitati.

Corsero a riferire la cosa al governatore, ma egli restò in silenzio, come se non gli importasse. Disse comunque che avrebbe mandato le forze dell'ordine a investigare quanto prima,


Dopo quella sortita all'esterno, forse per colpa dell'aria malsana di cui erano permeati i terreni abbandonati, Vesta era sempre più malata. Aveva iniziato con piccoli colpi di tosse, poi sempre più frequenti, tanto da costringerla a letto.

Luceria fu costretta a sbrigare da sola tutto il lavoro, e ad accudirla. La cosa fu complicata dal fatto che sembravano essere scomparsi tutti i servi, uno per uno. C'era soltanto tanta polvere.

Furono chiamati dei dottori a visitare Vesta, che aveva preso a non mangiare più. Dormiva spesso.

I dottori sedettero in circolo, scambiandosi pareri e sorseggiando vino, ma non seppero formulare un parere concorde sulla diagnosi, per cui litigarono l'un l'altro e andarono via.


Una notte Luceria, disperata, decise di chiedere aiuto alle sue sorelle, sotto la luce della Luna.

Corse al rifugio segreto, ma si accorse con sgomento che le sorelle non volevano mostrarsi. La osservavano, nascoste tra i cespugli, ascoltando le sue disperate invocazioni, senza venir fuori.

Alcune voci tra le donne nascoste le dissero che lei e Vesta non potevano più far parte della sorellanza.

Le gridarono di andare via, perché stava mettendo in pericolo tutto ciò che era stato fino ad allora, che lei e Vesta erano impure e corrotte, e portavano solo guai.

Le tirarono addosso sassolini e fango.


Luceria corse via piangendo. Tornata al castello, continuò a restare accanto all'amata, bagnandole la fronte febbricitante con una pezzuola. Ogni volta che allontanava lo straccio bagnato, Vesta urlava.


Il sangue sgorgava dai muri, ogni notte. Luceria si era ormai abituata alle cose strane, o forse nemmeno le importava di essere prigioniera.

Guardò la donna che amava consumarsi giorno dopo giorno. Restò a vegliarla quando morì, per parecchi giorni. Le accarezzava la pelle gelida, allontanava gli insetti.

Poi Vesta diventò polvere. Con una velocità parecchio insolita, per un corpo in decomposizione, si disfece come sabbia.


Luceria si guardò le mani, la pelle. Piccole ferite di sangue, grandi come lettere, laceravano la pelle, provocate da un vento invisibile.


Proprio in quel momento entrò il Governatore, spalancando la porta, in preda a un attacco isterico.

Si staccò la faccia a unghiate, mostrando il suo vero aspetto. Sembrava un disegno sporco, come se la mano pesante del disegnatore avesse cambiato idea più e più volte, disegnando e cancellando strati di linee, lasciando i solchi dei bozzetti scartati ben visibili. Un mosaico di ferite purulente, vesciche infiammate, strati di pelle che si gonfiavano e prendevano vita. Bocche affamate, occhi pulsanti fiorivano lungo tutto il corpo, come una malattia della pelle.

Luceria sarebbe diventata come lui.

Entrambi si guardavano, come due animali costretti a osservare la propria morte per macellazione, uno negli occhi dell'altro.


Nella Torre più alta del castello, Lui continuava a scrivere, a velocità febbrile.

Era diventato il padrone di quelle terre, il vero padrone, parecchi secoli fa. Aveva saputo sfruttare le credenze del popolo ignorante per dominarli, facendosi dipingere come un dio, andando a dimorare nella zona più alta del paese.

Erano stati giorni pieni di ambizione e vitalità. I suoi discorsi spronavano la gente a dare il massimo.

Re e poeta assieme, sapeva parlare alla gente con un linguaggio nuovo, capace di far ribollire il sangue nelle vene. Conosceva le chiavi dei loro cuori.


Tramite le sue parole, le sue esortazioni, il mondo sembrava trasfigurarsi nella luce, un paradiso pieno di opportunità: li uomini riportavano decine di vittorie in guerra, il territorio si espanse sempre di più e i contadini curavano i raccolti, che crescevano forti e rigogliosi.

Poi l'isolamento forzato, la mancanza di contatti umani, le leggi superstiziose a cui lui stesso si era sottoposto per ottenere il comando, appesantirono la sua scrittura, resero i suoi programmi di governo deboli e lacunosi.

Iniziò a sfogare i propri sentimenti descrivendo le emozioni più oscure, i sogni più turpi, dentro le pagine dei suoi diari. Realtà e fantasmi della mente si mescolarono.

Divenne egli stesso il mostro delle proprie visioni.

Il paese florido di un tempo si trasformò in un borgo oscuro, decadente.

I mariti bevevano e lavoravano in modo pigro e discontinuo, le donne tentavano di evadere dalla monotonia celebrando i riti delle antiche sorelle.

All'inizio covavano sentimenti di ribellione verso quel mondo. Avrebbero potuto rovesciare il governo dell'oscuro signore, cambiare le cose. Provarono a programmare rivoluzioni, ma a furia di rimandare ogni sentimento rivoluzionario scivolò nella retorica.

Avevano bisogno di sentirsi migliori, isolate dalla bruttura che le circondava, legate a principi di vita naturali e in qualche modo più giusti.

Ma non erano altro che parassiti di un'universo in decomposizione.

Invece di divenire un'alternativa al governo dell'uomo, avevano ricalcato in piccolo gli stessi schemi obsoleti e superstiziosi.

Il signore oscuro non aveva perso la chiave del cuore della gente. Ma ormai quei cuori erano aridi, e lui si era stancato di visitarli.

Delegò tutto al Governatore, il suo antico consigliere, che fu costretto a vivergli accanto.


Il Castello sembrava trasformarsi, anno dopo anno, in un essere vivente che soffriva, che veniva al mondo, piangendo lacrime di sangue.

Vivendo per forza di cose accanto al padrone, il governatore e tutti i servi finirono per essere soggiogato da quell'influenza maledetta ancor più delle terre circostanti.

Burattini di carne, manovrati da pensieri pieni di rabbia e frustrazione. Se il loro signore sputava incubi di violenza, fantasie di morte, i corpi rispondevano a quel richiamo, indipendenti dalla mente dei legittimi proprietari. Soggiogati da una fredda, triste litania.


La prima notte in cui Vesta e Luceria fecero l'amore, ascoltò quei respiri come una musica malinconica.

Si ricordò dell'amore, della gioia.

E questo lo fece soffrire ancora di più.

Anche le ragazze ne erano state corrotte, più in fretta del passato, perché la loro gioventù reagiva col male contenuto nella dimora allo stesso modo in cui il calore intenso del sole d'Agosto fa fermentare i batteri putrescenti.


Polvere e sangue, come sempre.


Vesta, infinitamente più debole, fu la prima ad essere schiacciata, lasciando Luceria con l'orrendo balbettio del governatore, pazzo e demente, a farle compagnia.
Avrebbe potuto unirsi a quelle parole farneticanti.
Senza Vesta, cos'altro la legava ancora alla sua giovinezza?

L'incarnato soave di un tempo, che la sua amata defunta aveva tante volte decantato, stava maturando in modi che non le piacevano affatto.

Aveva voglia di nascondersi agli occhi di tutti, rimanere lì e piangere.

Chiuse gli occhi e vide la sua esistenza ridotta a una fila di parole sanguinanti, versate su fogli ingialliti.

Poteva percepire le mani stanche che immaginavano il dolore, gli davano forma concreta

Fu questa visione che le diede la forza per correre via, il più lontano possibile da quel luogo.


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"L’alleanza storica e, per così dire, «naturale» dovrebbe essere tra impoveriti e poveri, proletarizzati e proletari. Ogni volta che i poteri costituiti riescono a scongiurare quest’alleanza, giocando sul fatto che il ceto medio retrocesso ha ancora i valori e disvalori di prima e si crede ancora appartenente alla classe di prima, ci perdiamo tutti quanti. Il punto è che in Italia questo giochetto dopo la prima guerra mondiale ha portato al fascismo, che era una falsa rivoluzione confezionata a uso e consumo dei ceti medi, che ha avuto carta bianca dai padroni e ha prodotto morte e distruzione".
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L'assistente asociale


Mi piace il lavoro che faccio. E' una cosa utile.
Adesso mi alzo e vado al Centro.
Perché sono le nove passate, e se non mi sbrigo arriverò in ritardo.
Prima però, un'altro caffé.
Tu cosa ne dici? Me lo prendo un altro caffé?

-
Si chiama Angelina.
Andava a scuola tutte le mattine.
Voleva diventare un'infermiera.
C'era questa sua amica, erano inseparabili.
Un bel giorno le ha detto che voleva marinare scuola.
Fuori casa un ragazzo, in macchina, le aspettava entrambe.
Sono andati in giro, si è fatto tardi.
Angelina è rimasta a divertirsi in discoteca tutta la notte.
Poi l'hanno addormentata, e spedita in Italia a fare la puttana.
Da allora, non crede più nell'amicizia.

-

Angelina piange sempre, e dice che vuole chiamare i suoi genitori.
Una mattina al Centro mi hanno dato il permesso di accompagnarla fuori.
Mi ha implorato di darle tutte le monetine che avevo.
Siamo andate a telefonare, ha chiamato casa.
La telefonata è durata pochi minuti. Un paio di saluti imbarazzati.
Due, tre parole, e basta.
Le sue mani tremavano, quando ha riagganciato la cornetta.
Poi si è messa a piangere, ha detto che i suoi la rivogliono con loro, a casa, al più presto.
Che sentono la sua mancanza.
Mentre parlava teneva gli occhi bassi.
Io invece guardavo.
E' il mio mestiere, no?

-

C'era una volta un antico genio dei mari.
Era difficile catturarlo, perché aveva il potere di fuggire trasformandosi in qualunque cosa.
A volte Angelina mi racconta che è stata lei stessa a fuggire di casa.
A volte il ragazzo della macchina diventa il suo ex marito.
A volte Angelina ha sedici anni. Altre volte ne dichiara già diciotto.
Le piace raccontare la sua storia a infermieri, assistenti sociali.
Le piace parlare un po' con tutti.
E di volta in volta la storia diventa sempre più bella.
" Sono fuggita via per amore. Era stato mio cliente, una sera. Aveva speso ogni risorsa economica per ritrovarmi, perché dopo quella notte si era innamorato di me. Io non capivo bene questa cosa, per me è sempre stato solo sesso. Come fai a innamorarti di una tizia dopo averci scopato una volta sola? Eppure, non so come, mi ha convinto. Diceva cose belle, dolci. Mi promise che ci saremmo sposati, in Italia. Poi ha iniziato a bere, e io dovevo mantenerlo, non sapevo fare nessun altro mestiere, capite? "
" Dov'è adesso? ".
" Non è che per caso hai una sigaretta? " dice, e sorride.

-

Da ragazza avevo questo compagno di scuola, Ettore.
Bruttino, goffo.
Inventavamo storie insieme, ma lui era più bravo di me.
Una notte che era al cinema, i mostri erano usciti dallo schermo, e lo avevano divorato.
Poi ha ricomposto le sue quattro ossa, ed è andato al compleanno del suo cuginetto piccolo.
C'erano tutti quei bambini pestiferi che giocavano. Una cosa un po' noiosa.
Si è allontanato per prendere una boccata d'aria in balcone.
E poi si è buttato giù.
Tempo dopo seppi che quella sera era anche il suo compleanno.
I mostri lo avevano divorato al cinema, perché io non ero andata con lui.
Era innamorato di me, lo so.
C'ero io, nelle frasi frettolose scritte in quei bigliettini che hanno ritrovato.
Mi amava da morire, ma io avevo solo dodici anni. E me ne fregavo.
Però questo non significa niente. E' passato tanto tempo.
Se ricordo queste cose, tutte le notti, è solo perché permetto a me stessa di sentirmi in colpa.
Forse addirittura mi piace pensarlo.
In tutte le migliori storie c'è bisogno di un protagonista con forti motivazioni, capaci di dare forza alle sue imprese.
E io cancellerò l'antico rimorso aiutando queste ragazze a fuggire dall'abisso.
Sì. Certo. Come no. Bella storia.

-
A causa del lavoro che faccio adesso, invece, le storie mi tocca ascoltarle.
Scomporle e ricomporle. E' un lavoro inutile quasi quanto ricomporre uno specchio rotto.
L'immagine che viene fuori non sempre mi piace.
Sono costretta ad assistere. Mi ripeto che quel che faccio è utile.
Cazzate.
Cartelloni pubblicitari. Riviste per soli uomini. Attrici. Vallette da Gran Galà. Accompagnatrici. Modelle.
La piazza del mercato le solleva verso le stelle, poi le sputa sulla strada.
Vanno via e tornano, incatenate nel cerchio. Nell'occhio che le mastica.
Io sono la custode del recinto, tengo in mano le chiavi, apro e chiudo porte.
Ascolto le bugie. Raschio via le verità sempre più sbiadite, che non servono mai a niente.
Perché c'è sempre qualcuno di più grande, di più forte, a cui piacciono le bamboline. A cui piacciono le bugie.
" Dimmi ancora una bugia, stasera, dolcezza mia. Ti ho pagata, sono il tuo padrone, ti do da mangiare. Prendi questa parrucca, indossa i miei sogni ".

E loro... dietro i loro occhi, io posso vedere l'orrore. E' il mio lavoro, no?
Quella voglia di andare via. Sacerdotesse, celebranti, schiave di un'idea morbida, profumata, accogliente.
Sorrisi che urlano, tra le luci artificiali della notte.
Come Proteo, per fuggire devono trasformarsi.
Prigioniere tra le onde cangianti del mare.


-
Ieri ho portato Angelina e altre due ragazze del Centro al mare.
All'inizio parlavano poco, prendevano il sole, sonnecchiavano.
Poi mi sono allontanata.
Le ho viste da lontano mentre si avvicinavano a un gruppo di ragazzotti che giocavano a palla.
Ridevano, scherzavano.
Pronte a cambiare di nuovo forma. A nuotare tra le onde.
Il sole mi chiudeva gli occhi.
Dio, come mi sentivo vecchia.

-
Sono le nove e mezza, porca miseria.
Arriverò di nuovo in ritardo.
Tanto vale prendersi un altro caffé.
Fuori dal bar, la ragazza del cartellone osserva coi suoi occhi finti il lavavetri appoggiato al semaforo.
Lui percorre con lo sguardo quelle forme da fumetto, le mangia con gli occhi.
Sogna un futuro pieno di soldi, in cui quelle dolci creature fatte di miele potranno essere sue.
Desideri invisibili corrono attraverso le arterie della città.
Nutrendo la brutte architetture, mantenendo in vita un cuore di ruggine.


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Il dio degli insonni

Una lama fatta di Tenebra tagliava lo spicchio argentato della Luna. Era la mano del Dio degli Insonni a guidarla, ampia e senza confini quanto il cielo notturno. Questa antica divinità, ormai dimenticata da tutti, trascorreva le notti mangiandosi la Luna a fette, oppure a spicchi, quando aveva poco appetito. C'era stato un tempo in cui le divinità abitavano dentro la mente degli esseri umani, l'unico luogo in tutto l'universo dentro cui potevano manifestarsi in tutta la loro terribile magnificenza. Nel mondo moderno invece c'era davvero troppo da fare, progettare, pensare. Le teste degli uomini erano imbottite da mille e una questione da risolvere, come panini da cui strabordava il ripieno.

Il Dio degli insonni era forse la divinità più fiera e nobile dei tempi antichi, anche se il corrosivo tocco del tempo aveva cancellato ogni traccia delle sue vestigia. D'altronde le persone per bene, di notte, preferivano dormire, o tutt'al più sognare. Tra gli insonni veri e propri bisognava distinguere quelli cronici da chi invece lo faceva per lavoro e vocazione. Questi ultimi di solito trovavano impiego come fantasmi, streghe, mostri e vampiri, e avevano parecchio da fare. Per quanto riguarda gli insonni cronici, erano già abbastanza incavolati perché non riuscivano a prendere sonno, figuriamoci poi mettersi a pregare il Dio che rappresentava la fonte di tutto il loro malessere! Al massimo, gli avrebbero volentieri dedicato le più colorite imprecazioni.

C'erano tuttavia due categorie di individui che nelle ore senza luce tenevano gli occhi bene aperti: i ladri e gli assassini. I ladri, per motivi che potreste immaginare benissimo, erano odiati da chiunque, eppure spesso si mostravano parecchio sentimentali. Gli assassini, viceversa, spesso erano persone molto amate, anche se solitamente pugnalavano a tradimento chiunque nutrisse affetto per loro. Il Dio degli insonni passava il tempo scrutando il mondo degli uomini, incurante delle loro celebrazioni. Finalmente arrivò per tutti il giorno più corto dell'anno. Non appena fece buio, le luci elettriche iniziarono ad accendersi più numerose e splendenti che mai, facendo scintillare le grandi città come diamanti in vetrina. Tuttavia, la totale attenzione del Dio fu catturata da un'unica fonte luminosa: il tenue bagliore che si intravedeva dalla finestrella di una modesta abitazione, confusa tra le tante. Lo sguardo sovrannaturale si fece sempre più aguzzo, sino a penetrare all'interno della casa.

La Padrona di Casa, bella come una regina, era entrata sorridendo nel proprio salotto, riscaldato dal romantico fuoco di un camino.Il marito le sorrideva a sua volta, fumando la pipa, e i bambini giocavano festosi, attendendo con ansia il mattino in cui avrebbero aperto i doni.Guardando teneramente la sua famigliola, la donna si sedette accanto al pianoforte e iniziò a cantare. Non era il solito canto natalizio, ma una musica totalmente nuova. Il marito e i bimbi non conoscevano le parole, ma l'ascoltarono lo stesso, accompagnando le note col movimento della testa. Quando la canzone finì, la donna si guardò intorno. Tutto era perfetto e senza alcuna sbavatura. L'argenteria brillava, e i bicchieri di cristallo del servizio buono riflettevano solo cose belle. Estrasse dal petto un pugnale, e si alzò scagliandosi sul più piccolo dei suoi figli. Gli tagliò la gola in un lampo, poi trafisse il petto del figlio maggiore. Infine, riservando all'uomo che la amava il suo sorriso più bello, lo colpì al cuore, mentre la guardava sorpreso e intontito. Poi posò il coltello sanguinante e si accomodò su una poltrona, versandosi da bere. Vide i suoi cari morire uno dopo l'altro, riflessi nel vetro . Fece ondeggiare un po' il liquore, si chiese se era davvero felice. Non sapeva dirlo. Di sicuro si sentiva inebriata di dolcezza, e profondamente stanca. Desiderava solo riposare.

Proprio in quel momento, sbucò un ladro. Era penetrato in casa senza fare rumore, e si era nascosto attendendo che tutti si addormentassero per derubarli. Aveva assistito a tutta la scena, nascosto dietro il grosso orologio a pendolo che costituiva il pezzo più pregiato del salotto. Avrebbe voluto fare qualcosa, ma si sentiva paralizzato dal terrore e tremava come un pulcino bagnato. O forse era lo sguardo dolce e magnetico di quella donna a inchiodare i suoi piedi sul pavimento. La Padrona di Casa ci mise molto ad accorgersi di lui. Alla fine gli dedicò un'occhiata annoiata e indifferente. Posò il bicchiere sul tavolino e si diresse verso il balconcino. Dedicò un lunghissimo respiro alle luci della notte, poi si gettò nel vuoto. Il ladro si guardava attorno stordito, col respiro affannato. Era venuto lì per rubare oggetti preziosi, ma di prezioso non c'era più nulla. Tirò quindi fuori dalla sua borsa della refurtiva alcuni dolciumi, un orsacchiotto di pezza, una cravatta dagli orridi colori, un'astronave di plastica radiocomandata, un pallone di cuoio autografato dal mitico goleador Paolo Roberto Cotechinho, e infine un'elegante spilla dorata. Pose il tutto accanto agli altri doni, sotto l'albero, poi fuggì via. Il Dio degli insonni vide tutta la scena, si divertì molto e si commosse un poco per le vicende travagliate delle sciocche formiche umane. Dato che non c'era nessuno in giro ad accusarlo di favoritismi, fece un piccolo miracolo. Rianimò i corpi del marito e dei figli, che ripresero a muoversi come giocattoli, senza luce negli occhi. Scesero in strada e raccolsero ciò che restava del corpo della Padrona di Casa, trasportandolo fin dentro casa e ricucendo ogni pezzo con una meticolosità che non aveva nulla di umano.Una volta ricomposta, la donna ricominciò a sorridere mostrando le labbra violacee. Tutta la famiglia al completo si riunì attorno al caminetto. Ci furono risate, giochi di società di ogni sorta, e scambi di aneddoti divertenti accaduti nel recente passato. Alle prime luci dell'alba, i raggi di sole che filtravano dalla finestre ridussero in cenere i loro corpi.


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La signora R. rientrò in casa, piena di pacchi della spesa. Chiamò Sofia, la figlioletta, affinché la aiutasse a mettere a posto la roba. Sentì invece che piangeva. La vide in un angolino, coperta di lacrime. Buttò tutto all'aria e le si avvicinò.
" Che cosa è successo? "
" Ho sognato il diavolo " disse Sofia tra le lacrime.
La signora R., udite quelle parole, fece uno sguardo di ghiaccio. Cercò di calmare la piccola, e attese la notte.
Non appena ebbe messo a letto la figlioletta, si nascose nella sua stanza, dentro l'armadio, lasciando le ante leggermente aperte, in modo da poter sbirciare.
Le ombre proiettate dalla lampada si allargavano fino a toccare il soffitto, si deformavano, si mescolavano. Da esse, lentamente, germogliò la sagoma di un ragno gigantesco.
Il ragno si calava lento, in basso, verso il letto della bimba .
La signora R. sgranò gli occhi, sentì nella testa come uno schianto.
Il ragno aveva la sua stessa faccia.
Balzò fuori dall'armadio, brandendo un punteruolo da ghiaccio, e iniziò a urlare.
Sofia si svegliò di soprassalto, e gridò anche lei.
Il ragno si dissolse. La faccia della signora R. divenne un'enorme, deforme risata. Una voragine aperta nel vuoto.


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Pane, lavoro e pace.


"L’alleanza storica e, per così dire, «naturale» dovrebbe essere tra impoveriti e poveri, proletarizzati e proletari. Ogni volta che i poteri costituiti riescono a scongiurare quest’alleanza, giocando sul fatto che il ceto medio retrocesso ha ancora i valori e disvalori di prima e si crede ancora appartenente alla classe di prima, ci perdiamo tutti quanti. Il punto è che in Italia questo giochetto dopo la prima guerra mondiale ha portato al fascismo, che era una falsa rivoluzione confezionata a uso e consumo dei ceti medi, che ha avuto carta bianca dai padroni e ha prodotto morte e distruzione".
Wu Ming.

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fiocotram
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Uberlogorrea
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Esperimento: si può raccontare qualcosa usando solo una schermata di smartphone?
Risposta: no.
Risposta due: ci ho provato lo stesso, dite pure cosa ne pensate, senza esitare a dire se lo trovate troppo pretenzioso o criptico.




Il 20 Gennaio 201x Il Signor Wells, ripieno delle sue facoltà mentali, attraversò la casa dei fantasmi. Da bambini, ci giocavamo a sorte. Uno stava fuori, gli altri entravano; poi bisognava cercarli. Loro si nascondevano, per farti spaventare.
Wells era inseguito da un’età in cui si perdono troppe cose. Forse erano lì dentro, forse bisognava andarle a cercare.
Ogni scelta, ogni passo, plasmano il creato che ci compone. I pensieri invece nutrono il nulla.
Ma se cammini verso il buio, puoi solo abbracciare il silenzio. E indichi alle ombre un posto dove stare.
Si accese una luce, ma il buio rimase. Wells prese a fluttuare tra i convenuti al più grande ricevimento che avesse mai visto. Le ombre avevano deciso di accogliere in tributo la sua vita. Cercò nella tasca, trovò solo oggetti inutili. C’era una sorta di macchina del tempo. Abbassando una manovella, poteva percorrere le ore e i giorni, avvicinandosi o allontandosi dal giorno della propria morte. Intanto, le ombre accorsero a spegnere tutte le luci nella testa di Wells. Guardandole addensarsi, avresti potuto dire che erano felici di aver trovato un impiego stabile.


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Little Nemo
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quello dei carabb-b-binieri mi è piaciuto! hands80.gif


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il mio romanzo in vendita con le splendide illustrazioni nonché copertina dell'artista Ivana Scotti Rinaldi. Il prezzo? un affarone! Soli 99 centesimi...

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Indagatore dell'Incubo
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ohmy1.gif scopro adesso questo topic !

ho appena iniziato a leggere, ma già m'è piaciuto questo :

A volte una storia incontra altre storie piccole, quasi come fossero strade.
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